LA NOSTRA STORIA

IL PONTOS , IL LATIO E LA TERRA DEI MITI

Per meglio apprezzare la varietà di espressioni del territorio Pontino occorre considerarne l’estensione, e poi, passo dopo passo, conoscerne la storia: i suoi confini spaziano dal sud del Tevere fino ai confini con la Campania, i suoi pendii montuosi e collinari digradano dolcemente verso il mar Tirreno affacciandosi sulla distesa di fertili pianure.

La storia e i miti che caratterizzano questa terra l’hanno resa ben presto patrimonio indiscusso della cultura italiana ed Europea: i reperti preistorici, i borghi medievali, i relitti cullati fino alla riva del Mar Tirreno, la montagna della “Maga Circe”, l’ascesa di Roma e del suo Impero. Tutto questo rende l’Agro Pontino una terra unica, ricca e generosa.

L’appellativo “pontino” affonda le sue radici nell’incontro di popolazioni di origini italiche con i popoli del Mediterraneo: dal XV al VII secolo a.C. il Lazio è stato scenario di scontro, incontro, approdo di popolazioni Italiche, come quelle etrusche ed appenniniche, con popolazioni provenienti dalla Grecia e dalle sponde orientali del Mediterraneo. Saturno, Ercole, Ulisse, Circe, Enea, Dionisio, la Mater Matuta, la Dea Feronia e gli altri templi e luoghi dedicati al mito sono la testimonianza del tentativo di dare un’identità a questo territorio e ai suoi popoli.

Le ragioni di questa definizione sono in gran parte nell’ origine antichissima di questo territorio, nella sua storia scritta e in quella raccontata. I “Miti originari” sono dunque la rappresentazione profonda di una particolarità, quella del nostro territorio, che affonda le sue radici nel cuore di quella che chiamiamo oggi “Provincia di Latina”, zona che veniva definita, ancora prima del Latium Vetus, come “Pontina” e coincideva con l’area pianeggiante e collinare ricca di acque che spazia da Satricum ai Lepini, agli Ausoni, fino a Terracina e confinante con la piana di Fondi.

L’origine di entrambi i nomi (“agro” e “pontino”) non a caso è greca. Il termine “pontino” deriva dalla parola greca di “ποντος” (Pontos) che nella sua accezione Greca più remota indicava il mare, le acque e le foreste, successivamente tale termine acquistò un significato più ampio arrivando ad indicare aree da attraversare con il passaggio attraverso un’area palustre, ricca di acque e di boschi. L’attraversamento di corsi d’acqua, paludi, mare, boschi acquista nel tempo anche una valenza simbolica per la dicotomia intrinseca di tali luoghi che sono sia rifugio e riparo sia ostacolo per il cammino: luoghi simbolici di vita e morte, legati all’immaginario del mito. Le vicende di eroi e divinità di queste terre narrano di prove da superare, di introspezione, di fuga, di seconde opportunità, di uomini “nuovi”.

Lo stesso dio Saturno (che nella mitologia Greca è il dio del tempo), vi si rifugia dopo essere stato cacciato dall’Olimpo per opera di suo figlio Giove (Zeus): sono proprio le selve collinari e le paludi pianure pontine a diventare il “Latio” (alla lettera il “nascondiglio”) eletto a seconda casa dalla divinità. Con Saturno inizia il tempo nuovo di questa terra che vede le popolazioni nomadi diventare stanziali e sempre più dedite all’agricoltura, ed è sempre Saturno che, secondo la leggenda, insegnò a questi agricoltori l’arte della viticoltura.

Anche le paludi pontine sono state scenario simbolico e materiale di altri miti: dalla vittoria di Ercole sul toro alla sosta di Ulisse prima del ritorno ad Itaca, fino all’approdo di Enea dopo la fuga da Troia. Tracce della civiltà greca riecheggiano fino ad oggi nelle acropoli di Cora, Norba, Signa, Alatri, Ferentino, Circeio, Setia. Non solo guerrieri ma viandanti e gente comune attraversavano le paludi e i boschi per raggiungere i santuari dedicati alla vita e alla fecondità della terra: la Mater Matuta a Satricum, la Dea Feronia a Terracina, il Tempio di Vesta sulle sponde paludose del Tevere.

La costruzione di nuove città e la diffusione dell’agricoltura e viticoltura diventano così coerenti in questo scenario come due espressioni dell’identità in divenire di un popolo: piantare radici e costruire fondamenta di una nuova civiltà.

La vite era nel mondo pre-romano, e lo è tutt’ora, simbolo della vita che rinasce e si rinnova, che viene offerta ai posteri: dall’epopea di Gilgamesh, ambientata in Mesopotamia, alla parallela vicenda di Noè narrata nell’antico testamento, al termine del diluvio universale il protagonista, non appena approdato sulla terra ferma, pianta la vite che gli viene fornita direttamente dalla divinità. Non a caso la fermentazione del mosto e la trasformazione in vino assunsero presto significato di rinnovamento e il vino divenne uno dei mezzi a disposizione dell’uomo per acquisire vigore, rinnovare la materia e realizzare uno dei suoi sogni più grandi: entrare a contatto con la divinità. Dalla storia di Noè, che attraversò e sopravvisse alle acque, all’espansione dei popoli della Grecia antica, la piantagione della vite in una terra nuova divenne un rito comune, esso segnava la rinascita in una nuova terra evidenziando allo stesso tempo la continuità con la storia e la cultura della madre patria. Così avvenne nella Magna Grecia, a Cuma e nel Latium, dove probabilmente esistevano già tecniche di coltura della vite e di vinificazione e dove tali tecniche vennero poi arricchite grazie all’incontro con questa nuova cultura. L’Agro Pontino ha dunque un legame inscindibile con la coltivazione della vite ma preservano al contempo un enorme patrimonio paesaggistico, storico e culturale. Il viaggiatore moderno rimane ancora oggi rapito dalla bellezza della varietà paesaggistica dei laghi costieri e del promontorio di Circe, dalle isole pontine sorrette dall’orizzonte, dalle massicce mura di Norba, dai giardini di Ninfa, dalla vegetazione rigogliosa dell’agro pontino e dalla storia dei borghi medievali dei Monti Lepini. Viene da domandarsi: “Perché lo stesso stupore non avrebbe dovuto rapire l’animo degli uomini sbarcati in queste terre migliaia di anni orsono? Proviamo ad immaginare la sensazione dei primi viaggiatori e colonizzatori del territorio pontino innanzi alla maestosità delle distese palustri e boschive, all’abbondanza di corsi d’acqua, alle rocce calcaree dei rilievi appenninici. Boschi, distese verdeggianti, affacci sul cielo offrivano agli stessi un richiamo nostalgico alla loro vecchia identità e ai loro miti ma offrivano anche un’eco di tale legame culturale e religioso nelle “nuove” terre.

In tal modo, sentimenti, tradizioni e miti delle nuove popolazioni si incontrarono ed amalgamarono con quelle dei popoli che già abitavano questo territorio, fino a formare un patrimonio condiviso.

Questo è avvenuto nel LATIO di Saturno, prima, e nel LATIUM dei Latini in seguito.

La vite e la sua coltivazione erano conosciuti dai popoli Italici già prima dell’anno 1000 a.c. : le virtù della vite domestica (vitis vinifera) erano conosciute sicuramente dagli Etruschi che allevavano la vite coltivandola ad “alberello”; dalla metà dell’VIII secolo i coloni greci introdussero tecniche di coltivazione diverse (come quella a filare/spalliera o le coltivazioni a terrazzo) e svilupparono il commercio del vino e dei contenitori adibiti alla sua conservazione e trasporto. Il mito narra che Ulisse e i suoi compagni di viaggio, approdati al Circeo, per un anno intero bevvero il vino di Circe e delle sue terre e che Enea trovò, nella terra dove sbarcò, altri popoli che già vi abitavano e coltivavano la vite. Dove comincia, dunque, la storia e dove la leggenda? Qual’è il confine tra il vero e il verosimile, tra la realtà e il mito? In assenza di certezza, lasciamoci guidare dall’uva che, attraverso vitigni e i vini antichissimi, già conosciuti e coltivati nella Roma prima repubblicana e poi imperiale, ancora oggi, agli inizi del terzo millennio dopo Cristo, continua ad offrire il suo prezioso frutto e a tramandare questo connubio di storia e leggenda: i vitigni ”autoctoni” di questa nostra “strada”, quali il Bellone, il Cesanese, il Nero Buono di Cori, il Greco, il Trebbiano, la Malvasia, il Moscato, il Cecubo, sono un patrimonio genetico e culturale unico. Anche i nomi dei vini che onoravano le tavole e i simposi delle famiglie che abitavano il Latium , prima, e l’Impero Romano nei secoli a venire, si legano al mito e al territorio di coltivazione, basti richiamare i nomi del “Bellonam” ( in onore della Dea Bellona e ottenuto dalle uve dell’omonimo vitigno), del Cesanum, dell’ Albanum, del Setinum e Fondarum (entrambi prodotti da vitigni di Cecubo), del Moscatum, del Grecum, del Seniamun e Privernum (prodotti nelle aree di Signa e Privernum ).

Altre viti, già conosciute all’epoca del Latium e dell’Impero Romano, hanno dato origine ad altri vitigni e vini “moderni” come la Aminea ( Pinot, Riesling e Greco di Tufo), la Biturica e la Carbonica (Cabernet), la Allobragicae (lo Syrah e il Nebbiolo );

I vitigni “autoctoni” del “Latio di Saturno” e del “Pontos” di Ulisse ed Enea, insieme agli altri vitigni della successiva tradizione italiana ed europea, ci offrono “vini unici”, figli di terroir unico e di una terra intrisa di storia e pertanto “non riproducibili”.

Ecco allora che ogni vigna, ogni cantina, ci porta in dono vini unici, come è nella natura stessa degli esseri umani: diversi anche quando sono simili, ognuno portatore di caratteri e gusti diversi. A ciascun vino viene conferito un nome particolare che evoca la terra, la storia di quella terra, le emozioni con cui si disseta. Percorrere la “strada del vino” di questo territorio “Pontino”, fare tappa in ognuna delle sue cantine, dei suoi luoghi rappresenta quindi ripercorrere le strade del mito e della storia, da prima dell’Impero romano sino al presente: berne i suoi vini è un poco come sfogliare le pagine di un libro, di un racconto, un racconto che inizia con un “c’era una volta” e termina, se proprio deve terminare, con un “c’è ancora”.

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